Sessualità nell’Antica Grecia – L’omosessualità era naturale della vita umana, e non era oggetto di vergogna o tabù come in alcune società moderne. Gli antichi Greci apprezzavano la bellezza del corpo e celebravano l’amore e la passione. Mitologia e Sessualità: I miti greci sono ricchi di storie che coinvolgono degli dei e dee impegnati in relazioni amorose. Ad esempio, Afrodite, la dea dell’amore, aveva amanti divini e umani. Queste storie non solo divertivano, ma riflettevano anche la varietà e la complessità delle relazioni umane.

Eros e Agape: Nell’antica Grecia, esistevano due concetti principali:

di amore: Eros, che si riferiva all’amore romantico e passionale, e Agape, un amore più spirituale e altruista. Entrambi erano considerati validi e importanti nella vita di una persona. Omosessualità e Pederastia: Mentre oggi potremmo considerare la sessualità omosessuale come un tema controverso, nell’antica Grecia era accettata in molte comunità. La pederastia, una forma di relazione tra un adulto e un giovane, era praticata in alcune città-stato come parte di un sistema educativo.

Ruolo delle Donne: Le donne nell’antica Grecia,

avevano un ruolo più limitato rispetto agli uomini, e la loro sessualità era spesso regolamentata dal matrimonio. Tuttavia, in alcune aree, come Sparta, le donne godevano di maggiore libertà e partecipavano a competizioni atletiche. L’antica Grecia offriva un quadro diversificato della sessualità, che spaziava dalla passione romantica ai rapporti omosessuali, con una prospettiva aperta e accettante. Esplorare questa parte della storia ci permette di apprezzare la ricchezza e la varietà delle esperienze umane attraverso il tempo.

Nell’antica Grecia, il rapporto tra l’adulto, chiamato “erastes“,

e l’adolescente, noto come “eromenos”, nacque come rito d’iniziazione. Sebbene accettato, era regolato da norme e condotte specifiche. Fondamentale per la comprensione del pensiero greco era il concetto di passività e attività presenti in questa relazione. Al contrario, l’omosessualità femminile non godeva di approvazione, ad eccezione dell’esperienza di Saffo. Questa pratica rifletteva la complessità delle relazioni nell’antica Grecia, sottolineando il ruolo delle convenzioni sociali e delle differenze di genere nel plasmare la sessualità.

Nel mito e nella storia greca, emerge la presenza di varie coppie di uomini,

come Achille e Patroclo, Zeus e Ganimede, e Armodio e Aristogitone. Queste relazioni vanno oltre l’amicizia, abbracciando affetto, valori, e talvolta, qualcosa di più intimo. Nei frammenti di autori lirici come Anacreonte, Teognide e Ibico, insieme ai reperti archeologici, emergono scene d’amore e intesa maschile, alcune esplicite. Nonostante ciò, molti studiosi dell’antichità greca hanno evitato o trattato con cautela il tema per lungo tempo, almeno fino agli ultimi decenni. La complessità di queste relazioni offre uno sguardo intrigante sulla diversità delle esperienze umane nell’antica Grecia.

È ormai ampiamente accettato che nell’antica Grecia l’omosessualità maschile,

fosse ben accettata e considerata normale, con l’importante condizione di rispettare certe norme di comportamento. Ciò rappresenta un contrasto significativo rispetto alle attitudini ancora presenti in alcune culture moderne. In Grecia, il sesso tra due uomini non era un tabù e non costituiva un problema sociale. L’omosessualità, nata principalmente in contesti guerrieri, vedeva spesso i soldati stabilire legami speciali con i loro compagni d’armi durante i conflitti. Allo stesso tempo, durante le guerre, i soldati potevano sfruttare le schiave a loro disposizione. Questa prospettiva offre uno sguardo interessante sulla complessità delle dinamiche sociali e sessuali nell’antichità greca.

Nell’antica Grecia, l’omosessualità maschile coesisteva con le relazioni eterosessuali,

sebbene con dinamiche diverse. Le donne, tuttavia, erano spesso soggette a un ruolo passivo e non potevano opporsi alle richieste sessuali dei loro padroni. La relazione tra Achille e Patroclo, descritta nell’Iliade, ha suscitato ampi dibattiti tra gli studiosi moderni e contemporanei. Patroclo, più grande di Achille, è legato al giovane semidio da un legame profondo. La morte di Patroclo scatena un’agonia autentica in Achille, portandolo a vendicarsi contro Ettore, il troiano responsabile della morte del suo compagno. Nel frattempo, Achille si concede anche a Briseide, parte del bottino di guerra troiano. Questi elementi riflettono la complessità delle relazioni sessuali nell’antica Grecia, evidenziando la coesistenza di diverse dinamiche e norme sociali.

Le radici dell’omosessualità nell’antica Grecia affondano,

nelle profondità di un passato tribale, ancor prima dell’epoca omerica. In questo contesto, l’omosessualità e la bisessualità erano esperienze vissute con naturalezza e addirittura con un certo prestigio. La società greca, ancora in una fase tribale e non politica, si organizzava principalmente attraverso la divisione delle classi di età. In linea con altri studiosi, l’omosessualità greca ha le sue radici in questo passato remoto, dove le relazioni tra uomini, specialmente tra un adulto (‘erastes’) e un giovane (‘eromenos’), erano parte integrante di un sistema di iniziazione e formazione. Questa prospettiva offre un’illuminante comprensione delle origini e dell’accettazione culturale dell’omosessualità nell’antica Grecia.

Nella Grecia pre-omerica, la società era profondamente,

legata all’esistenza di riti di passaggio e iniziazione. Questi riti erano fondamentali per permettere ai giovani di apprendere le virtù che li avrebbero resi adulti. Un uomo più maturo, che svolgeva il ruolo di educatore e amante, si occupava dell’insegnamento di tali virtù. Questa figura, nota come “erastes”, era coinvolta in una relazione con un giovane, l'”eromenos”, che andava oltre l’aspetto romantico per includere anche un ruolo educativo. Questo concetto è evidente nei miti di amori come quello tra Zeus e il bel Ganimede, Apollo e Admeto, Dioniso e Adone, e Eracle e Giasone. In alcuni casi, questa trasmissione di conoscenza avveniva in luoghi separati, dove l’adolescente imparava dall’adulto come diventare un bravo guerriero e un buon cittadino.

Col passare del tempo, il carattere iniziatico dell’amore omosessuale,

nell’antica Grecia cedette il passo a un approccio formativo più mondano. Pur mantenendo un elemento erotico, non si limitava esclusivamente all’aspetto sessuale. Il giovane (‘pais’) diventava un compagno in esperienze quotidiane, banchetti e palestra. La bellezza del giovinetto attirava le attenzioni di diversi ‘erastai’ (amanti adulti), ma non tutti erano considerati adeguati e dovevano seguire un codice di comportamento. C’era una sorta di norma di seduzione che riguardava il giovane. Quest’ultimo doveva inizialmente mostrarsi restio, non precipitoso e impaziente, altrimenti avrebbe rischiato di perdere l’onore, prima di concedersi alle attenzioni del suo amante. Questa evoluzione riflette la complessità delle dinamiche sociali e sessuali nell’antica Grecia.

Nell’Atene classica, nulla cambiò,

per quanto riguarda il rapporto tra “eromenos” ed “erastes” in certi ceti sociali liberi, poiché tale relazione conferiva credito e rispettabilità. Tuttavia, alcune testimonianze, come quella del retore Eschine, suggeriscono che leggi iniziarono a regolamentare tale pratica. Non potevano ambire ai “paides”, ragazzi di età compresa tra i tredici e i sedici anni, coloro che li avrebbero indotti alla volgarità, né gli schiavi, i deformi, i maestri, i prostituti, e una categoria particolare, i “neaniskoi”, ragazzi di circa venti o venticinque anni. Sulle opinioni degli storici riguardo a quest’aspetto e sulla fascia d’età dei “neaniskoi” non c’è concordanza, ma sembra probabile che il divieto derivasse dall’ambiguità sessuale dei giovani, che non avevano ancora chiara la distinzione tra attività e passività, non essendo ancora completamente formati come uomini.

Nell’antica Grecia, le nozioni di “attività” e “passività”,

rivestivano un ruolo fondamentale e decisivo, influenzando diversi ambiti, dall’erotico al politico. La società greca vedeva l’uomo maturo e degno di rispetto come attivo, manifestando questa caratteristica sia nella vita pubblica che in quella privata. D’altra parte, donne e schiavi erano considerati per natura passivi, sia nel contesto politico che in quello privato. Questa distinzione tra attività e passività non solo influenzava le dinamiche sociali e di genere, ma si rifletteva anche nelle relazioni amorose e sessuali, dove tali ruoli determinavano il prestigio e il rispetto associati a ciascun individuo all’interno della società greca.

Nell’antica Grecia, l’attività di un “erastes” gli conferiva il ruolo di mentore,

e promotore del piacere. Il suo valore, la sua maturità e i suoi meriti gli permettevano di aspirare sia a una relazione con un giovane (‘pais’) che al matrimonio con una ragazza. Quest’ultima, destinata a una vita passiva, non vedeva nel giovane un potenziale rivale, poiché la sua unica responsabilità era la procreazione, almeno nell’Atene classica. Le donne, al massimo, temevano la competizione di un’etera, una donna di compagnia colta e raffinata, che avrebbe potuto minare la loro sicurezza coniugale. In questo contesto, l’equilibrio tra attività e passività giocava un ruolo chiave nella definizione dei ruoli di genere e nelle dinamiche sociali.

Nell’antica Grecia, l’amore omosessuale era parte integrante dei costumi,

e nonostante Aristofane nel V secolo a.C. abbia criticato in modo feroce questa pratica, la sua critica sembrava più mirare alla rilassatezza e dissolutezza degli ateniesi, che secondo lui avevano perso vigore come cittadini attivi della polis. Il rapporto tra “eromenos” ed “erastes” perdurò a lungo, almeno fino all’epoca romana, e un esempio celebre potrebbe essere quello tra Alessandro Magno ed Efestione. Tuttavia, lo stesso non si può dire per l’amore omosessuale tra donne, che sembrano essere state escluse da tale ambito e meno documentate rispetto alle relazioni tra uomini. L’omosessualità femminile nella società greca antica non godeva della stessa accettazione e documentazione riscontrata nell’amore omosessuale maschile.

È innegabile che Saffo, poeta vissuta tra il VII e il VI secolo a.C.,

sia stata la prima a celebrare l’amore verso le proprie allieve nel tiaso, un’istituzione che preparava le giovani alla vita e al matrimonio, a Lesbo, dove lei stessa svolgeva il ruolo di educatrice. I suoi meravigliosi frammenti poetici giunti sino a noi hanno influenzato numerosi artisti, tra cui Ovidio e Catullo. Tuttavia, sulle dettagliate informazioni riguardanti la vita di Saffo, ne sono rimaste poche. Inoltre, nel corso del tempo, si è diffusa persino una leggenda che la ritraeva suicida in mare a causa del rifiuto di un giovane, contraddicendo così la sua realtà di poetessa dell’amore femminile. Questi aspetti contribuiscono a una comprensione limitata e spesso mitica della vita di Saffo.

La trasformazione del ruolo della donna nell’antica Grecia,

da un periodo di relativa libertà durante l’epoca di Saffo a una condizione di sottomissione durante il periodo classico, non dovrebbe sorprendere. Nel corso del tempo, la donna fu progressivamente relegata nella sfera del possesso maschile. Questo cambiamento si riflette anche nella reinterpretazione e correzione della storia di poetesse come Saffo, prima ancora dell’influenza della morale cristiana.

Nel Simposio, Platone afferma che gli uomini,

attratti da altri uomini sono superiori perché amano ciò che è simile a loro, raggiungendo così la pienezza dell’essere. Al contrario, Platone considera le donne attratte da altre donne come “tribadi”, selvagge, incontrollabili e pericolose. Nell’Atene democratica, le donne, rinchiuse nel gineceo, erano limitate a soddisfare i desideri del marito e del padre. Non avevano la libertà di amare chi volevano né di immaginare una compagn(i)a diversa. Queste restrizioni hanno contribuito a far cadere nell’oblio le storie delle mogli e delle figlie dell’antica Atene.


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